Orchestra Filarmonia Veneta “G.F.Malipiero”
Marko Letonja, direttore

Rivoalto, 2003

Aida
La Forza del destino
Giovanna d’Arco
Luisa Miller
I Masnadieri
Otello
I Vespri Siciliani – Balletto
I Vespri Siciliani – Ouverture
Nabucco

“Nei pezzi d’assieme tutti hanno il linguaggio proprio alle loro passioni”, scrive nel 1868 Giuseppe Verdi, difendendosi dall’accusa di decadenza dell’Opera italiana scagliata dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione. La difesa, quasi un dovere d’ufficio per il Nostro, non poteva però nascondere del tutto un dato di fatto che guardava in direzione opposta, anche se la sua evidenza era stata sollevata dal pulpito sbagliato, e addirittura facendo appello al ritorno di Rossini per ristabilire la grandezza dell’Opera nazionale nei confronti del montante numero di compositori dì Oltralpe. Comunque, in effetti, nel corso di buona parte dell’Ottocento e fino ai primi decenni del secolo scorso, risulterà quantomeno improbabile tracciare un percorso in qualche modo evolutivo nel mondo dell’Opera (e in generale della Musica) italiana. Il fatto è che, terminata la parabola “Bellini-Rossini-Donizetti”, composta di talenti ma anche frutto maturo di una tradizione, di un “artigianato” oramai raffinatissimo, epigone dell’affascinante avventura nata nel Seicento in Italia, effettivamente si fatica a trovare qualche traccia del Nuovo. Forse proprio per questo, se guardiamo alla maniera in cui viene tradizionalmente considerato il periodo della seconda metà dell’Ottocento, ci accorgeremo che la figura di Verdi è l’unica a giganteggiare, quasi non esistessero altri interpreti di un qualche spicco. Così non poteva essere, naturalmente, anche perché le Stagioni d’Opera si susseguivano con costanza in molte città lungo tutta la penisola, con il conseguente lavoro assicurato per decine di compositori. Eppure, è chiaro fin da subito che l’unico a riuscire davvero a fondere gli elementi migliori (anche se talvolta convenzionali) della tradizione con le innovazioni naturalmente congeniali alla grandezza di un vero talento, è Giuseppe Verdi. Il fatto stesso che egli fosse perpetuamente alla ricerca di soggetti nuovi, forti e interessanti, testimonia a suo favore: di lui che va su tutte le furie quando una buona idea viene rovinata, magari da uno che “sa di musica” ma che non riesce a costruire il dramma. Si verifica, poi, il paradosso della censura e del suo dopo. Dapprima schiacciati dal ferreo controllo austriaco su soggetti e rappresentazioni, compositori e librettisti, dopo il 1861 e la nascita del Regno d’Italia, si scoprono quasi spaventati da un’ improvvisa liberà che li mette a confronto con le proprie capacità, e sembrano tentati da una voglia matta di tornare indietro. Sparuti contatti con le altre realtà musicali europee tagliano fuori l’Italia, che si proclama l’isola di se stessa, fino ad avviare prepotentemente la crisi dell’intero mondo dell’Opera. 

Certo non fu solo un problema di mancanza di talenti, perché, nel quasi deserto che vedeva brillare solo la stella di Verdi, è l’intero terreno di coltura che non ne alimenta la formazione. Quando verdi inizia la sua carriera di operista con Oberto, conte di San Bonifacio, Donizetti ha ancora davanti a sé cinque anni di lavoro e il Melodramma vive nell’alveo dell’impostazione impressa dalla forza travolgente e codificante di Gioachino Rossini. Fatta la tara della pletora di “compositori-artigiani” senza inventiva se non per qualche sprazzo, e reso onore alla grande Accademia di Mercadante (il quale non potrà reggere sulla distanza con l’autore capace di dar vita a un Nabucco), Verdi è l’unico a riuscire nell’intento di amalgamare tradizioni, innovazione, drammaturgia e comprensione di influssi esteri, primi fra tutti quelli derivanti da Grand-Opéra e Comédie-lyrique francesi. Insomma, l’originalità, caratteristica propria non solo delle creazioni artistiche ma anche di un genericamente riconosciuto “spirito italiano”, si eclissa per decenni nel semi-provincialismo dell’Opera come della musica in Italia. Fino al fuoco di paglia: tre anni prima che Verdi componesse la sua ultima opera, nel 1890, il giovane Pietro Mascagni mette in scena la sua Cavalleria Rusticana. E’ una folgore che fa gridare al miracolo: l’Italia sembra aver finalmente ritrovato con il Verismo un genere nuovo, in grado di riaccendere le speranze di una rinascita del melodramma languente. Ma Leoncavallo, Cilea, Giodano, lo stesso Mascagni velocemente inaridiranno la fonte, rinchiudendosi nel formalismo di una sorta di neo-accademia. Con un’eccezione, naturalmente, quella di un finalmente nuovo talento puro, Giacomo Puccini. Abbiamo parlato di Opera perché questo compact disc ce la racconta attraverso le pagine strumentali di Sinfonie ed Ouverture, suggerendoci di volare con la mente alla visione e all’ascolto dei melodrammi nella loro interezza dalla platea o da un palco di un Teatro. Verdi “sapeva di musica”, questo è certo, ma principalmente dalla parte del drammaturgo, che mirava sempre all’effetto da raggiungere nel disegno di una trama messa in musica. Ad onta di un linguaggio teatrale pomposo, altisonante, fuori tempo già nel momento stesso in cui veniva scritto (quasi a voler ammantare di un non necessario valore poetico il libretto e paradossalmente mentre il “romanzone” de I Promessi Sposi veniva scritto da Manzoni nel piano linguaggio corrente) per Verdi l’unico Dominus ad interessarlo è lo spettacolo. Con questo non si vuol dire che la sua musica non ha il peso che merita, ma che dobbiamo anche onestamente che non possiamo ricordare Verdi come ricorderemmo un Mendelssohn o un Brahms. La musica delle pagine che qui ascoltate è comunque “teatro puro”, come scattanti sono le cadenze, misurati gli accompagnamenti, secche le sottolineature drammatiche, vaporose ed avvolgenti le atmosfere struggenti, che percorrono la meravigliosa e irripetibile avventura operistica di Giuseppe Verdi.