Duomo di Castelfranco Veneto,
31 marzo 2010
Coro di Salvarosa
Orchestra Regionale Filarmonia Veneta
Marco Titotto, direttore

Introito e Kyrie
Graduale
Dies irae
Offertorium
Sanctus
Pie Jesu
Agnus Dei

Il Requiem preferito da Beethoven
di Marina Grasso
Il 21 gennaio del 1817, nella cattedrale parigina di Saint Denis, nel suo abito nero di corte dalla foggia settecentesca, Luigi Cherubini dirige per la prima volta il suo Requiem in do minore. E piange. Proprio come piangono tutti i presenti, secondo le testimonianze dell’epoca, ascoltando quest’opera composta su commissione di Luigi XVIII re di Francia, in memoria del fratello Luigi XVI decapitato il 21 gennaio 1793. Al di là dell’occasione commemorativa, che certo contribuisce a commuovere la platea nel ricordo del re vittima della Rivoluzione, a rendere particolarmente toccante la nuova composizione sono sicuramente le sue qualità intrinseche, che ne fanno un autentico capolavoro della musica sacra di tutti i tempi. In questo Requiem Cherubini, che era stato da poco nominato "Surintendant de la musique" presso la cappella musicale reale parigina, ha intrecciato in questa partitura la sua abilità contrappuntistica ad una raffinata scrittura polifonica e al suo talento di autore di melodrammi. E ha dato, così, vita a una delle sue poche opere oggi ricordate, nonostante il catalogo delle sue composizioni sia ricco e, soprattutto, di grande valore. Nel 250 anniversario della sua nascita, avvenuta a Firenze nel 1760, è quindi utile ricordare come Cherubini sia stato un vero e proprio esempio per i suoi contemporanei, per la sua raffinata cultura e per il suo altissimo magistero tecnico grazie al quale, pubblicò, negli anni in cui diresse il Conservatorio di Parigi, un importante trattato di contrappunto, in uso per decenni nei conservatori francesi e italiani. Ammirato da Weber, Schumann, Brahms, Wagner e Beethoven, amico di Haydn (che lo volle a Vienna), Rossini e Chopin, scrisse più di trenta opere (oggi quasi del tutto dimenticate), ma anche una sinfonia (la cui bellezza fa rimpiangere il fatto che non ne abbia composte altre), musica da camera di ottima fattura, sonate per pianoforte (che superano i canoni formali del classicismo e sembrano, quindi, anticipare quelle beethoveniane) e musica sacra, tra la quale, appunto, il Requiem qui proposto, preso a modello di perfezione dallo stesso Beethoven, da Brahms e da Schumann. Figlio di un professore di musica del Teatro della Pergola, Cherubini ricevette una ricca educazione musicale, forte della quale, dopo i primi successi in patria, tentò cercò presto la sua fortuna all’estero. Nel 1785 si trasferì a Londra e nel 1788 si stabilì a Parigi. 

Nei periodi più bui della Rivoluzione, per poter sopravvivere, fu ammesso tra i musicisti della Guardia Nazionale, dove gli fu affidato il triangolo, ruolo non propriamente gratificante per un musicista del suo spessore, cui fu relegato probabilmente a causa del suo carattere schietto come solo i burberi sanno essere, anche se ben presto approdò alla cattedra di composizione al Conservatorio parigino. Sempre a causa del suo essere affatto conciliante e per nulla sottomesso mal sopportò il governo di Napoleone, che trovava “rumorosa” e troppo complessa la musica del fiorentino, mentre questi non nascondeva le riserve sull’operato dell’imperatore. Nel 1816, caduto Napoleone, Luigi XVIII gli conferì la Legion d’Onore e lo nominò soprintendente della Cappella Reale, veste nella quale compose il Requiem in do minore qui proposto. E’ in questo contesto, che è storicamente quello della Restaurazione ma che per Cherubini è quello della serenità professionale, che il compositore realizza questa monumentale pagina in cui lo stile antico e la retorica del teatro d’opera, la ricchezza strumentale e il vigore tematico si fondono per esaltare la forza del testo latino ed esprimere una straordinaria potenza drammatica. Contrariamente alla prassi, l’autore sceglie di affidare il testo totalmente al coro a voci miste, rinunciando alle voci soliste per meglio rispecchiare, così, lo spirito della composizione sacra, evitando qualsiasi inopportuna associazione all’opera e conferendo al lavoro una compostezza solenne quasi distaccata, un senso di collettività lontano da ogni forma di protagonismo. Rigore che, per contrasto, si completa felicemente con la grande modernità della parte orchestrale, che alterna pagine di struggente dolcezza con altre di vigorosa sonorità, tanto da influenzare persino la musica di un attento orchestratore come Hector Berlioz, sempre in aperto contrasto con Cherubini, che qui rilevava “straordinaria abbondanza di idee, pienezza di forme e stile sublime”. Anche tra gli strumenti mancano interventi solistici di rilievo, mentre il silenzio dei violini conferisce tinte scure all’espressività raccolta di quest’opera, la cui grandezza dell’opera fu subito percepita dai pubblici dell’Europa intera. Ritenendo questa pagina superiore al Requiem mozartiano, Beethoven espresse la volontà di far eseguire questo requiem al proprio funerale, anche se poi le contingenze non lo resero possibile e l'esecuzione avvenne solamente in una messa commemorativa successiva alla sepoltura del compositore. E’ quindi quantomeno curioso che quest’opera così lungamente ammirata ed eseguita sia stata, poi, quasi dimenticata, così come gran parte della musica di Cherubini. Al quale questo CD tributa quindi un doveroso omaggio nel ricordare il 250mo anniversario della sua nascita.